Spesso le pietre mi mettono davanti al concetto di “impermanenza”. Un concetto legato alle filosofie orientali che sottolinea come ogni cosa sia transitoria. Questo aspetto, che si percepisce nella vita di tutti i giorni, arriva in maniera molto forte quando mi relaziono con lo Stone Balancing. Mi concentro, impiego ogni parte di me per giungere ad un ascolto profondo ed infine arriva l’equilibrio delle pietre che ho tenuto tra le mani. Un percorso, questo, che contiene molteplici significati e possibili riflessioni. La bellezza di raggiungere l’equilibrio è qualcosa di inebriante, ma credo che sia solo l’inizio di ciò che arriva dopo e che voglio condividere in questo post.

Quando creo un’installazione bellissima e soddisfacente, la prima cosa che mi dico è: “quanto vorrei che durasse per sempre”, “devo assolutamente fotografarla prima che cada”. Se queste affermazioni interiori assumono un’importanza troppo elevata ci pensa la natura a dare una lezione al mio ego. Immediatamente. Le pietre cadono e se provo a rimetterle com’erano prima, nella maggioranza dei casi, non ci riesco più. Questa è sempre una grande lezione per la parte egoica.

Istintivamente ed inconsapevolmente c’è il rischio di attaccarsi all’installazione. Quando gli occhi vengono travolti dalla bellezza delle pietre e dal loro equilibrio vorrei che potesse fermarsi il tempo. Vorrei portare con me quell’opera e in qualche modo fissarla. Ciò non è possibile e vengo messa ogni volta davanti all’impermanenza di quest’arte meditativa, dove l’unica cosa da fare sarebbe quella di osservare, lasciarsi stupire, assaporare ogni istante di ciò che la natura ti ha donato, con la consapevolezza che non durerà per sempre. Ed infine lasciar andare ciò che si è fatto.

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