Aveva solo un occhio. Un occhio profondo, quasi simile ad un buco nero.
Era affascinante, misterioso e stranamente socievole.
Non saprei dire se rimasi più colpita dal suo occhio profondo, il sinistro, o dalla cicatrice a stella che c’era al posto dell’occhio che aveva perso, quello destro.
Una cosa era certa, volevo sapere tutto. La sua storia, da dove veniva, come aveva fatto a perdere quell’occhio.
Così ebbe inizio un piccolo viaggio nel suo racconto.
“Cara Martina” – mi disse – “mi chiamo Alef e vengo da Euritone. Sono un alieno buono venuto sulla terra per sperimentare e capire come voi umani vivete la vostra esistenza. Non è facile per me capirvi, siamo diversi, eppure sono affascinato dai vostri modi, dalla vostra gestualità.
Ho deciso di farmi vedere perché volevo arricchire la mia Anima e scoprire cose nuove. Lo so che tu sei curiosa di sapere la storia della mia cicatrice a stella. Ora te la racconto.
Ero molto arrabbiato con me stesso. Pretendevo sempre molto da me stesso e mi aspettavo che gli altri fossero sempre come io desideravo fossero. Faticavo ad accettare di poter avere limiti. Faticavo ad accettare le sconfitte. Questo atteggiamento mi portava a non essere leggero e vivere con spensieratezza. La mia parte razionale era sempre attiva e non mi lasciava tregua. Ogni tanto avevo fastidio all’occhio destro e non capivo il perché. Con il passare del tempo ho iniziato a vedere la realtà come se fosse stata coperta da una patina, poi nebbia ed infine buio.
L’occhio non funzionava più. Il buio mi fece entrare in un vortice di paura e malinconia. Durò per molto tempo fino a quando un giorno decisi di ascoltare quelle sensazioni. Osservandole e accogliendole riuscii a capire molte cose. Il perché fosse stato proprio l’occhio destro e non quello sinistro. Iniziai a percepire di più me stesso. Così decisi di fare una sorta di rituale. Visto che l’occhio destro non funzionava più, chiesi ad un amico sciamano di lasciare un segno, con un legno rovente. Volevo ricordare quella fase di vita. Volevo ricordare ogni volta che mi fossi visto allo specchio, o che qualcuno mi avesse incontrato, come te ora, di raccontare la mia storia e di ricordare che nel buio si può vedere una luce prima o poi. Una luce piccola, magari a forma di stella, come la mia cicatrice. Un segno per ricordare a me stesso quel momento di grande cambiamento”.
Dopo quel racconto rimasi in contemplazione di quella piccola creatura.
Quel racconto mi aveva regalato qualcosa.
Mi aveva donato una visione, mi aveva arricchita in qualche modo.
Grazie Alef.
la mancanza di un occhio, metaforicamente, potrebbe avere un duplice significato
– chiudere un occhio per far finta di non notare qualcosa per “convenienza”
– chiudere un occhio per “mettere a fuoco” una situazione interiore, come nel racconto, o pratica/reale
sicuramente la mancanza di un organo di senso acuisce il “sesto senso” la LUCE che Alef cita nel suo racconto quale portatrice di “fiducia e speranza” di cambiamento.
Ciao Paolo! Innanzitutto grazie per la tue letture profonde e puntuali.
Credo che quell’occhio con la cicatrice possa avere davvero molti significati.
Mi piace molto la tua visione e il modo in cui l’hai condivisa attraverso questo commento.
Ciò che vedono gli altri, è sempre fonte di crescita per me. Grazie!